Immagina una giornata di lavoro come tutte: arrivi in ufficio e quando accendi il computer non riesci ad accedere al tuo gestionale.
Anche se provi a riavviare, il problema non si risolve. Ti rivolgi al tuo Responsabile IT e, accedendo alla console, appare una schermata con una richiesta di riscatto: i file sono cifrati e anche l’ultimo backup, conservato su un disco esterno collegato al server, è cifrato.
Ultimamente, questo scenario si ripete spesso nelle aziende italiane (a prescindere dalla loro dimensione). Non è una questione di sfortuna ma di preparazione.
Quando un’azienda perde i dati a causa di un guasto hardware, di un attacco ransomware, di errori umani o eventi naturali, il tempo necessario a ristabilire l’operatività dipende dalla tecnologia in uso ma soprattutto dal livello di pianificazione.
Quali sono i livelli di protezione che un’azienda può mettere in pratica? Quali risultati producono rispettivamente in una situazione di emergenza/crisi?
Esistono tre livelli di protezione, spesso confusi tra loro, che producono risultati radicalmente diversi nella stessa situazione di crisi: Backup, Disaster Recovery e Business Continuity.
Livello di protezione minimo: il Backup
Tecnicamente il Backup è una copia dei dati fatta in un determinato momento. Nella migliore delle ipotesi, quando l’azienda è vittima di un attacco, il Backup è più o meno recente, integro e non coinvolto.
Questa condizione consente il recupero di tutti i file persi ma NON vuol dire che l’azienda torna ad essere operativa.
Immagina di dover ripristinare da zero un server aziendale con il sistema operativo, le applicazioni installate, le configurazioni di rete, i database e i dati degli utenti.
Anche con un backup completo e funzionante ci potrebbero volere ore, un’intera giornata o forse più: nel frattempo l’azienda è ferma.
Il problema più comune che incontriamo è un altro: il backup c’è, ma non è mai stato testato. I file sembrano presenti ma, al momento del ripristino, emergono errori, dati corrotti o configurazioni incomplete. Un backup non testato è un backup di cui non puoi fidarti quando ne hai più bisogno.
La regola del 3-2-1: il punto di partenza per qualsiasi strategia di backup
Esiste una regola semplice che definisce il livello minimo di protezione accettabile per un’azienda in termini di Backup: la regola del 3-2-1.
Nello specifico:
- 3 copie dei dati originali più due copie di backup indipendenti, in questo modo se una è compromessa ne restano altre due;
- 2 supporti differenti perché le copie devono essere presenti su tecnologie differenti: ad esempio un NAS locale e un server remoto. Due backup sullo stesso dispositivo fisico non proteggono dal guasto di quel dispositivo;
- 1 copia offsite perché almeno una copia deve essere fisicamente o logicamente separata dall’infrastruttura principale. Può essere una copia su cloud, su un sito secondario o su un supporto conservato fuori sede. Questo protegge dagli eventi che colpiscono la sede fisica come incendi, allagamenti, furti.
Ad oggi questa regola si è evoluta e spesso viene indicata come regola 3-2-1-1-0 dove:
- il primo 1 aggiuntivo indica una copia immutabile, ovvero un backup che non può essere modificato, cancellato o cifrato nemmeno da chi ha accesso ai sistemi. È la difesa più efficace contro il ransomware: anche se l’attaccante prende il controllo dell’intera infrastruttura, non può toccare la copia immutabile;
- lo 0 identifica zero errori nei test di ripristino. Un backup non testato non conta. La verifica periodica che i dati siano effettivamente ripristinabili è parte integrante della strategia, non un’opzione.
Salva i tuoi dati e ripristina l’infrastruttura: il Disaster Recovery
Maggiori certezze e maggiore protezione: questo è quello che garantisce una buona strategia di Disaster Recovery.
Non si limita a salvare i dati: prevede procedure, tecnologie e tempi definiti per ripristinare l’intera infrastruttura IT (server, applicazioni, configurazioni di rete) entro una finestra temporale prestabilita.
Quando si parla di Disaster Recovery è fondamentale conoscere le differenze tra questi due parametri, RTO e RPO:
- Recovery Time Objective (RTO): misura il tempo massimo che può passare tra l’incidente e il ripristino completo dei sistemi. In pratica è la risposta alla domanda “quanto downtime possiamo permetterci?“. Ecco un esempio: un’azienda con un RTO di 4 ore sa che entro 4 ore dall’incidente deve essere di nuovo operativa. Una senza RTO definito scopre quanto tempo ci vuole solo quando l’incidente accade;
- Recovery Point Objective (RPO): misura quanta perdita di dati è accettabile. Un RPO di 1 ora significa che il backup più recente disponibile non può essere più vecchio di un’ora. Un RPO di 24 ore significa accettare di perdere fino a una giornata di lavoro. Anche questo valore ha un costo economico preciso, che dipende dal settore e dalla criticità dei dati.
Un piano di Disaster Recovery ben strutturato definisce i parametri appena descritti PRIMA dell’incidente: sceglie le tecnologie adatte a rispettarli e, soprattutto, li testa periodicamente per verificare che siano effettivamente raggiungibili.
Il livello più ALTO di protezione: la Business Continuity
La Business Continuity è il livello di protezione più alto perché consente all’azienda di continuare a lavorare durante le operazioni di ripristino.
Un piano di Business Continuity ben strutturato non coinvolge soltanto l’IT, riguarda l’intera operatività dell’azienda: mentre i sistemi vengono ripristinati, l’azienda continua a funzionare, magari in modo ridotto o con procedure alternative, ma NON SI BLOCCA completamente.
Disaster Recovery e Business Continuity sono motivo di confusione tra le aziende che spesso li confondono: in questa guida ti spiego quali sono le principali differenze e come proteggono i tuoi dati aziendali.
Facciamo un passo indietro e torniamo all’azienda del nostro esempio iniziale: con un piano di Business Continuity avrebbe avuto i server critici replicati in tempo reale su un’infrastruttura secondaria, i dipendenti in grado di lavorare da remoto con strumenti alternativi e tutta la clientela sarebbe stata informata in tempo reale con procedure di comunicazione predefinite.
L’incidente c’è, il danno è contenuto, ma l’azienda non si ferma.
Quanto costa davvero un’ora di inattività all’azienda?
È corretto porsi questa domanda!
Secondo l’ITIC (Information Technology Intelligence Consulting) il costo medio di un’ora di inattività (downtime) per le medie e grandi aziende supera i 300.000$.
Per le PMI invece le stime indicano un costo a partire da 25.000$ in base al grado di dipendenza dai sistemi digitali e transazionali; per le micro – imprese si parla mediamente di 100.000$ in presenza di un blocco significativo.
È bene sottolineare che in tutte queste cifre non sono compresi i costi legati alla perdita dei ricavi, delle transazioni e della produttività dei dipendenti, le spese legali, le multe per non conformità e i danni di immagine.
Da questa prospettiva l’investimento in un sistema di backup professionale e in un piano di Disaster Recovery non è un costo ma una polizza assicurativa con un premio molto più basso del rischio che copre!
È arrivato il momento di verificare la tua infrastruttura di backup attuale
Questo controllo non richiede l’uso di strumenti specifici, devi però riflettere insieme al tuo responsabile IT su questi 5 aspetti:
- il backup più recente disponibile in questo momento: il monitoraggio dei backup deve essere automatico, visibile e capace di inviare notifiche in caso di fallimento;
- il tempo trascorso dall’ultima volta che hai testato l’ultimo ripristino: recuperare i dati su un ambiente di test, verificare che le applicazioni funzionino, misurare quanto tempo ci ha messo;
- se la copia offsite è davvero aggiornata: avere un backup locale aggiornato ogni ora e una copia offsite aggiornata una volta a settimana significa accettare di perdere fino a sette giorni di dati in caso di incidente grave;
- se il backup è raggiungibile da un ransomware: se il sistema di backup è collegato alla stessa rete dei sistemi di produzione, la risposta è probabilmente sì. La separazione di rete e l’immutabilità delle copie non sono funzionalità avanzate ma requisiti minimi per una protezione reale. Ma la difesa più efficace inizia prima: rilevare la minaccia prima che raggiunga i backup è il compito di SIEM, EDR e SOC;
- il tempo che stimi necessario per ripristinare tutto: non sto parlando di una stima teorica ma di un dato misurato su un test reale.
Quali sono le tecnologie di backup tra cui scegliere
Non tutte le soluzioni di backup sono uguali e, quando si fa un confronto, le variabili da prendere in considerazione sono 3: granularità del ripristino, velocità e protezione contro il ransomware.
Il mercato attualmente propone:
- Veeam Backup & Replication è lo standard de facto per gli ambienti virtualizzati VMware, Hyper-V, Proxmox. Permette backup incrementali a livello di blocco, ripristino granulare fino al singolo file o email, verifica automatica dell’integrità dei backup e supporto per storage immutabile. Gestisce ambienti fisici, virtuali e cloud in un’unica piattaforma;
- Proxmox Backup Server: è la soluzione nativa per gli ambienti Proxmox e consente backup incrementali con deduplicazione, cifratura end-to-end e verifica continua dell’integrità;
- il cloud come destinazione offsite: è la soluzione più pratica per la copia geograficamente separata.
FAQ su Backup, Disaster Recovery e Business Continuity
Qual è la differenza tra backup e Disaster Recovery?
Il backup è una copia dei dati salvata in un determinato momento. Il Disaster Recovery è un piano strutturato che definisce come e in quanto tempo ripristinare l’intera infrastruttura IT dopo un incidente — non solo i dati, ma anche server, applicazioni e configurazioni.
Cos’è l’RTO e perché è importante per una PMI?
RTO (Recovery Time Objective) è il tempo massimo accettabile per ripristinare i sistemi dopo un incidente. È importante perché traduce la continuità operativa in un numero concreto: se il tuo RTO è 4 ore, significa che hai pianificato e testato la capacità di tornare operativo entro 4 ore. Senza un RTO definito, il tempo di ripristino è imprevedibile e può estendersi per giorni.
Cos’è l’RPO e come si calcola?
RPO (Recovery Point Objective) è la quantità massima di dati che l’azienda può permettersi di perdere, misurata nel tempo. Un RPO di 1 ora significa che il backup più recente non può essere più vecchio di un’ora. Per calcolarlo bisogna rispondere a questa domanda: se perdessi tutti i dati generati nell’ultima X ore, qual è l’impatto economico e operativo? La risposta definisce il valore massimo accettabile per l’RPO.
Cos’è un backup immutabile e perché protegge dal ransomware?
Un backup immutabile è una copia che non può essere modificata, sovrascritta o cancellata per un periodo definito, nemmeno da chi ha credenziali di amministratore. Quando un ransomware cifra i sistemi, tenta spesso di raggiungere anche le copie di backup per rendere il ripristino impossibile: un backup immutabile su storage separato dalla rete di produzione è immune a questo tipo di attacco.
Con quale frequenza dovrebbero essere testati i backup?
Almeno ogni trimestre per un test completo di ripristino, con verifiche automatiche dell’integrità dei file eseguite più frequentemente dalla piattaforma di backup. Il test deve includere il ripristino effettivo dei dati su un ambiente di test, la verifica che le applicazioni funzionino correttamente e la misurazione del tempo impiegato, con un confronto con l’RTO definito nel piano.
La Business Continuity è necessaria anche per le piccole imprese?
Sì, proporzionalmente alle dimensioni e al settore. Una piccola impresa che dipende dai propri sistemi IT per fatturare, produrre o comunicare con i clienti è esposta agli stessi rischi di una grande azienda — con meno risorse per assorbire il costo di un’interruzione prolungata.